Ai primi del Novecento, negli Stati Uniti, Madam C. J. Walker fece fortuna vendendo un pettine di metallo da scaldare sul fornello per lisciare i capelli, insieme a una pomata che li proteggeva. Le storiche la ricordano come una delle prime donne afroamericane milionarie. Da quel pettine caldo alla piastra di oggi il gesto è lo stesso: due superfici bollenti che schiacciano la ciocca e la stirano. A settembre questo gesto arriva su capelli già stanchi. Tre mesi di sole, salsedine e cloro li hanno lasciati secchi e porosi, e il ferro caldo trova meno resistenza. Intorno a questo attrezzo girano tre luoghi comuni. Il primo: che le piastre in ceramica o in tormalina non facciano danno. Il secondo: che sia meglio ripassare più volte a temperatura bassa che una volta a temperatura alta. Il terzo: che dopo l'estate il capello sia ormai abituato al calore e sopporti di più. Sono idee che si sentono in ogni bagno. Vanno guardate una per una.

Che cosa fa la piastra sul capello stressato

La piastra funziona per una ragione semplice. Il capello è fatto di cheratina, cioè la proteina che gli dà forma, tenuta insieme da legami che l'acqua e il calore possono aprire. Il ferro caldo apre questi legami per un attimo, la pressione li richiude nella posizione liscia, e il capello resta così fino al prossimo lavaggio o alla prima umidità. Per farlo il ferro toglie acqua dalla fibra. Un capello sano ne ha abbastanza e la recupera. Un capello di settembre, dopo il sole e il sale, ne ha già poca.

Qui il gesto si capisce male in tre modi. Primo esempio: chi tiene la stessa temperatura di gennaio, pensando che un ferro sia un ferro. A settembre la cuticola, cioè lo strato di scaglie che riveste il capello, è già sollevata dal sole. Il calore entra più a fondo e in due settimane le punte si sfaldano. Secondo esempio: chi stira le ciocche appena tinte del rientro, la tinta calda o il rosa. Il colore sbiadisce in metà tempo, perché il calore apre la strada ai pigmenti per uscire. Terzo esempio: chi passa il ferro sui capelli non del tutto asciutti, per fare prima. Si sente un piccolo sfrigolio. È l'acqua che bolle dentro il capello e lo spacca da dentro. Nei tre casi la piastra non è cambiata. È cambiato il capello che ha sotto.

Le applicazioni che promettono di proteggerti

Oggi anche il telefono si occupa della piega. Alcune piastre di ultima generazione si collegano a un'applicazione che registra la temperatura usata e il numero di passaggi, e manda un avviso se si esagera. Altre applicazioni ti fanno vedere il liscio sulla foto, per decidere se vale la pena scaldare. Altre ancora chiedono tre cose sul tuo capello e ti consigliano il prodotto da mettere prima. Fanno bene una cosa: tengono il conto. Sapere che hai stirato i capelli cinque giorni su sette è un dato che a occhio non si vede.

Dove sbagliano è nel dare una regola sola. Una piastra che si regola da sola sceglie una temperatura buona per un capello medio, e il tuo capello a settembre non è medio: è più poroso, più secco, spesso tinto. La foto non vede la cuticola aperta. Il consiglio sul prodotto è pensato per vendere, non per il tuo bagno. La piastra intelligente è utile se la usi come un diario. È inutile se le lasci decidere la temperatura al posto tuo, senza guardare le punte.

Quello che dicevano le nonne e quello che dice la ricerca

Le nonne non stiravano i capelli con il ferro, o quasi. In Sicilia e in Campania, per lisciare le onde, si bagnavano i capelli e si pettinavano sotto un fazzoletto stretto, lasciandoli asciugare così. C'è del vero: il capello umido prende la forma in cui asciuga, senza calore. Nel Nord, negli anni Sessanta, le ragazze stiravano i capelli con il ferro da stiro sull'asse, con un panno in mezzo. Qui il vero è poco: la temperatura era altissima e le punte si bruciavano. In molte zone si diceva di non toccare mai il ferro caldo sui capelli bagnati, ed è la regola che regge ancora.

La ricerca conferma e aggiunge. McMullen e Jachowicz, sul Journal of the Society of Cosmetic Chemists nel 1998, hanno misurato che i ferri per arricciare, sopra certe temperature, rompono la cheratina e cambiano il colore del capello. Christian, Winsey, Whatmough e Cornwell, sul Journal of Cosmetic Science nel 2011, hanno mostrato che la piastra sui capelli bagnati fa più danno che sui capelli asciutti, per l'acqua che bolle nella fibra. La piastra in ceramica, secondo questi studi, non è innocua: distribuisce il calore meglio del metallo, ma il calore resta. Tradizione e ricerca si danno ragione sul punto che conta: mai calore su capelli bagnati, e meno calore possibile.

Come ridurre i danni della piastra, un passo alla volta

La piastra a settembre si usa così, con un gesto in meno e dieci gradi in meno.

I capelli si sentono meno secchi già dopo due settimane con il ferro a giorni alterni. Le punte già rotte non tornano: si tagliano a ottobre, quando la piastra ha smesso di aggiungere danno.

Lo stesso metodo vale anche con altri attrezzi

Il metodo, capelli asciutti, un passaggio, dieci gradi in meno, vale anche fuori dal liscio. Con l'arricciacapelli la ciocca resta a contatto più a lungo, quindi la temperatura scende ancora e il tempo si conta a secondi. Con la spazzola ad aria calda il calore è più basso ma il passaggio più lento: vale la regola di non fermarsi. Sui capelli ricci che si vogliono solo definire il ferro non serve: il diffusore a temperatura media fa la stessa cosa senza schiacciare. A gennaio, con l'aria dei termosifoni, il capello ha di nuovo poca acqua dentro, e la piastra torna a fare più danno del solito: è il secondo mese dell'anno in cui abbassare. E chi si taglia un bob per l'autunno scopre che con meno lunghezza servono meno passaggi, e il ferro si usa la metà.

Si è partiti dal pettine caldo di Madam C. J. Walker e dal gesto che non è cambiato in un secolo. Si è visto perché a settembre il calore fa più male: il capello ha già poca acqua e la cuticola è aperta dal sole. I tre luoghi comuni sono stati messi alla prova. La ceramica non è innocua. Più passaggi a bassa temperatura non sono meglio di uno solo. Il capello non si abitua al calore, si consuma. Le applicazioni tengono il conto ma non decidono. Le nonne del fazzoletto stretto avevano ragione, e McMullen nel 1998 e Christian nel 2011 hanno dato i numeri. Poi gli otto passi, dall'asciugatura completa al controllo delle punte la domenica. Lo stesso metodo vale per l'arricciacapelli, la spazzola ad aria, l'inverno e il bob. La piastra non è il nemico dei capelli: è la mano che la tiene a decidere quanto male fa. Il caso peggiore resta quello dei capelli non asciutti: il vapore che si forma dentro il fusto fa più danni del calore stesso.