Nel 1874, a Parigi, il medico francese Louis-Charles Malassez osservò al microscopio le squame prese dalla testa di alcuni pazienti e vi trovò un piccolo fungo. Il lievito che oggi si considera coinvolto nel fenomeno porta il suo nome. Prima di lui, per secoli, le squame bianche sulle spalle erano considerate sporcizia e si combattevano lavando di più. Forfora d'autunno è quindi un fatto vecchio quanto i capelli, ma il modo di spiegarlo è cambiato del tutto.

Ogni anno, con le prime settimane di scuola e i primi maglioni, torna puntuale. E tornano con lei tre idee che vale la pena verificare. La prima dice che dipende dallo sporco e che basta lavare più spesso. La seconda dice che è colpa della cute secca e che serve un olio. La terza dice che il freddo la provoca. Sono cose che si sentono dire ovunque e che hanno tutte un fondo di verità capovolto. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.

Che cos'è davvero la Forfora d'autunno

Le squame che vedi sulle spalle sono pelle. La pelle della testa si rinnova come quella del viso, e le cellule vecchie si staccano in continuazione. Di solito vanno via una alla volta e nessuno se ne accorge. Quando il ricambio accelera, si staccano a gruppi, e quei gruppi si vedono.

Ad accelerare il ricambio concorrono tre cose insieme. C'è un lievito che vive normalmente sulla testa di tutti e si nutre dei grassi del sebo. C'è il sebo stesso, che gli fa da cibo. E c'è la sensibilità della persona a quello che il lievito produce mentre mangia. Solo con tutte e tre insieme compaiono le squame.

Ecco perché Forfora d'autunno non è sporcizia. Chi si lava ogni giorno può averla e chi si lava due volte a settimana può non averla mai.

Vediamo come questo viene capito male in bagno. Primo caso: si aumentano i lavaggi con uno shampoo qualunque e con acqua calda. La pelle si irrita, il sebo aumenta per compenso, e dopo due settimane le squame sono più di prima.

Secondo caso: si scambia la desquamazione per secchezza e si mette olio sulla testa. Alcuni oli vegetali sono esattamente il cibo che quel lievito preferisce, quindi si nutre il problema credendo di curarlo.

Terzo caso: si gratta. Le unghie staccano squame intere e in più irritano la pelle, che reagisce accelerando ancora il ricambio. Si entra in un giro che si alimenta da solo, e nel frattempo i capelli si spezzano nel punto in cui le dita passano sempre. Forfora d'autunno peggiora a ogni grattata, e questa è la cosa più difficile da smettere.

Le applicazioni che fotografano la testa

Oggi molte applicazioni per il telefono chiedono di scattare una foto alla riga dei capelli, magari con una piccola lente da attaccare alla fotocamera, e dicono che tipo di cute hai. Altre fanno un questionario e propongono un prodotto da comprare. Altre ancora tengono il diario dei lavaggi.

Una cosa la fanno bene. Fotografare la stessa zona ogni settimana, con la stessa luce, permette di vedere se le cose migliorano davvero. A occhio non si ricorda com'era quindici giorni fa, e le squame sembrano sempre uguali.

Dove sbagliano è nella conclusione. Forfora d'autunno, una desquamazione da tintura, una pelle irritata dal sole di agosto e una condizione che il medico chiama con un altro nome producono squame che nella foto si somigliano. Un programma legge il colore e la grana dell'immagine, non la causa.

C'è poi un dettaglio che conta. Molte di queste applicazioni appartengono a chi vende i prodotti consigliati, quindi la risposta arriva già orientata.

Forfora d'autunno si riconosce dal periodo in cui compare e da come si comporta nel tempo, non da un punteggio calcolato su un'immagine. Il telefono misura, la testa la guarda una persona.

Usa la fotografia per misurare i cambiamenti nel tempo. Se le squame sono gialle e unte, se la pelle è rossa o fa male, parlane col dermatologo. Sul perché forfora e capelli grassi arrivino quasi sempre insieme il discorso è utile, e spiega molte cose di questo periodo.

L'aceto delle nonne e quello che dice la ricerca

Il risciacquo con l'aceto di vino è la tradizione più diffusa in Italia contro le squame, presente dal nord al sud e tramandata da generazioni. Qualcosa di vero c'è: l'aceto è acido e toglie i residui di calcare e di prodotto che restano sulla pelle. Non tocca però la causa, e usato puro irrita.

Nelle zone alpine e nell'Appennino si usava il decotto di ortica o di rosmarino per l'ultimo risciacquo. Anche qui il beneficio è di superficie: sono acque leggermente astringenti che lasciano i capelli più puliti al tatto.

Al sud era comune l'impacco di olio d'oliva caldo prima del lavaggio. Questa è la tradizione che regge meno, perché l'olio sulla pelle della testa alimenta proprio il lievito che si vorrebbe tenere a bada. Sulle lunghezze fa bene, sulla cute no.

La ricerca ha guardato il meccanismo da vicino. Nel 2005 Thomas Dawson e James Ro hanno pubblicato sul Journal of Investigative Dermatology Symposium Proceedings un lavoro sul ruolo del sebo e dei microrganismi della testa, mostrando che il lievito scompone i grassi e libera sostanze che in alcune persone infiammano la pelle. È il motivo per cui due persone con lo stesso lievito non hanno lo stesso problema. Forfora d'autunno nasce dall'incontro di queste tre cose e non da una sola.

Nel 2015 Luis Borda e Tongyu Wikramanayake hanno pubblicato sul Journal of Clinical and Investigative Dermatology una revisione degli studi disponibili. Forfora d'autunno trova qui la sua spiegazione stagionale: gli autori riportano che il quadro peggiora nei mesi freddi e migliora d'estate, e che l'aria secca degli ambienti riscaldati è fra i fattori che lo aggravano.

Che cosa fare contro la Forfora d'autunno, un passo alla volta

Forfora d'autunno risponde bene ai gesti semplici, purché siano sempre gli stessi. Ecco l'ordine.

Le prime due settimane servono a fermare il peggioramento. Un miglioramento vero si vede fra la terza e la quarta settimana. Se dopo un mese non cambia niente, o se compaiono croste e rossore, la cosa va guardata dal dermatologo.

Lo stesso metodo vale anche in altri momenti

Quello che si è detto qui funziona anche per la pelle grassa della fronte o del naso, che ha lo stesso meccanismo. Anche lì lavare di più peggiora e gli oli pesanti non aiutano.

Vale anche per altre stagioni. A febbraio, dopo mesi di riscaldamento acceso, molte donne si ritrovano nella stessa situazione di ottobre. Il calendario cambia, la causa no.

E vale per i gesti quotidiani. Il cappello di lana tenuto tutto il giorno, il cappuccio che sfrega, l'asciugamano lasciato a lungo sulla testa bagnata: sono tutte condizioni calde e umide, cioè quelle che il lievito preferisce. Forfora d'autunno si nutre anche di abitudini.

Si è partiti dal 1874 e dal medico parigino che per primo vide il fungo sulle squame. Poi sono stati messi sul tavolo tre luoghi comuni. Il primo, che sia sporcizia, non regge: lavare di più irrita e peggiora. Il secondo, che sia secchezza da curare con un olio, va capovolto: certi oli nutrono il lievito. Il terzo, che sia il freddo a provocarla, è vicino ma impreciso: non è il freddo, è l'aria secca delle stanze riscaldate, come riportano gli studi del 2015.

Le applicazioni che fotografano la testa servono a misurare i cambiamenti, non a dire la causa. L'aceto delle nonne pulisce e non cura, e l'olio d'oliva sulla cute va nella direzione sbagliata. I passi da fare sono sette e chiedono un mese di costanza. Forfora d'autunno si tiene a bada con gesti semplici e con un po' di pazienza, e quando non basta si passa la parola al dermatologo.