All'inizio del Novecento il rachitismo colpiva moltissimi bambini delle città industriali del nord Europa, cresciuti fra cortili stretti e cieli grigi. Si sapeva che l'olio di fegato di merluzzo li guariva, ma non si sapeva perché. Nel 1922 il biochimico americano Elmer McCollum identificò la sostanza responsabile e la chiamò con la quarta lettera dell'alfabeto, dopo le tre vitamine già note. Vitamina D è quindi l'unica che il corpo umano sa fabbricarsi da solo, a patto di prendere il sole.

Da qualche anno è entrata nel discorso sui capelli, e a settembre torna puntuale insieme alla caduta autunnale. Intorno a questo argomento girano tre idee che vale la pena verificare. La prima dice che d'estate se ne fa scorta per tutto l'inverno. La seconda dice che bastano dieci minuti d'aria al giorno. La terza dice che la caduta di settembre dipende da lei. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.

Come si forma la Vitamina D e che cosa c'entra il capello

Non arriva quasi mai dal piatto. Solo pochi alimenti ne contengono in quantità utile: il pesce grasso, il tuorlo, i funghi esposti alla luce. Quasi tutta si forma nella pelle quando la colpisce una parte precisa della luce solare, i raggi ultravioletti di tipo B.

Questo spiega molte cose. Quei raggi non attraversano il vetro, quindi al sole dietro una finestra non succede niente. Arrivano in quantità utile solo quando il sole è alto, cioè nelle ore centrali e nei mesi caldi. Alle latitudini italiane, da ottobre a marzo, il sole resta troppo basso perché la pelle ne produca abbastanza.

Vitamina D entra nel discorso dei capelli per una ragione precisa: nel follicolo, cioè nella sacca da cui il capello esce, c'è un recettore che la riconosce. Gli studi condotti sui topi privi di quel recettore mostrano che gli animali perdono il pelo. È biologia di base e dice che un ruolo c'è. Non dice che integrarla faccia ricrescere i capelli di una persona.

Vediamo come questo viene capito male. Primo caso: si fa il pieno di sole in agosto e si pensa di essere a posto fino a primavera. Vitamina D accumulata d'estate si consuma in poche settimane, e a novembre è già scesa.

Secondo caso: si esce a passeggio d'inverno con il cappotto e il cappello, convinte di prendere il sole. Con solo il viso scoperto e il sole basso, la produzione è quasi nulla.

Terzo caso: si comincia a prendere qualcosa di testa propria, comprato al supermercato, in dosi decise a occhio. Questa sostanza si accumula nel grasso del corpo e non si elimina come le vitamine del gruppo B: in eccesso fa danni veri, e la quantità giusta la stabilisce il medico dopo un esame.

Le applicazioni che calcolano quanto sole hai preso

Esistono programmi per il telefono che, conoscendo la tua posizione, l'ora e il colore della pelle, stimano quanti minuti di sole servono in quel giorno preciso. Altri incrociano il meteo e avvisano quando conviene uscire. Altri tengono il diario degli esami e ricordano quando ripeterli.

Fanno bene una cosa e la fanno bene davvero: spiegano che il sole di gennaio a mezzogiorno non è il sole di luglio a mezzogiorno. Vedere la differenza scritta nero su bianco aiuta a capire perché la stagione conta tanto.

Dove sbagliano è nel passaggio alla persona. Vitamina D prodotta dalla pelle dipende da quanta pelle è scoperta, dall'età, dalla quantità di melanina, dalle nuvole, dalle creme solari, dallo smog della città. Un programma può stimare le condizioni del cielo, non quello che succede sotto la tua pelle.

Soprattutto, nessuna applicazione può dirti a che punto sei. Quello lo dice un prelievo, e basta uno.

Vitamina D si misura con un prelievo e con nient'altro. Usa questi strumenti per capire la stagione e per ricordarti gli esami. Per il resto, se i capelli cadono più del solito da settimane, il discorso su quanti capelli si perdono a settembre va conosciuto prima di dare la colpa a una vitamina.

L'olio di fegato di merluzzo e quello che dice la ricerca

Fino agli anni Sessanta, in molte case italiane, ai bambini si dava l'olio di fegato di merluzzo a cucchiaiate, d'inverno. Era una pratica diffusa soprattutto al nord e nelle zone di montagna, dove il sole invernale è poco. Qui la tradizione ha ragione da vendere. Vitamina D in quell'olio c'è davvero, ed è una delle poche fonti alimentari abbondanti, e la pratica nacque proprio dall'osservazione che i bambini che lo prendevano non si ammalavano di rachitismo.

Un'altra abitudine era mettere i bambini al sole di mezzogiorno d'inverno, sui balconi e nei cortili. Anche questa regge: sono le ore giuste, ed è l'unico momento in cui d'inverno qualcosa si produce, sia pure poco.

C'è invece una terza cosa che si sente dire ancora oggi, cioè che il sole faccia bene ai capelli in sé. Quella non regge: la luce forte secca il fusto e schiarisce il colore, e ai capelli il sole diretto fa più male che bene. Il beneficio, quando c'è, passa dalla pelle e dal sangue, non dalla testa.

Sul fronte della ricerca, nel 2013 Rasheed e i suoi colleghi hanno pubblicato su Skin Pharmacology and Physiology uno studio su donne con perdita di capelli, misurando le riserve di ferro e i livelli di questa vitamina. Hanno trovato valori più bassi rispetto alle donne senza problemi. Vitamina D risulta quindi associata alla caduta, e su questo il dato è chiaro. Il punto delicato è un altro: associazione non vuol dire causa, e nessuno studio ha finora dimostrato che darla a chi non ne ha bisogno faccia ricrescere qualcosa.

Che cosa fare con la Vitamina D, un passo alla volta

La regola prima è che qui non si improvvisa. Ecco l'ordine.

I tempi sono lunghi. Vitamina D risale piano, perché ricostruire una riserva richiede mesi, e i capelli nuovi devono poi uscire e allungarsi: prima di tre mesi non c'è niente da valutare, e sei mesi sono la misura onesta.

Lo stesso metodo vale per tutto quello che si misura

Il ragionamento fatto qui si applica al ferro, allo zinco, agli ormoni della tiroide. Sono tutte cose che si vedono con un prelievo e non allo specchio, e che vanno corrette solo dove mancano davvero.

Vale anche per altri momenti dell'anno. In primavera capita di sentirsi stanche e di dare la colpa al cambio di stagione, mentre le riserve accumulate d'estate sono al minimo proprio in quei mesi.

E vale per i gesti quotidiani, che restano gli stessi in ogni stagione: asciugare senza scaldare troppo, pettinare dalle punte, non stringere i capelli bagnati. Vitamina D o no, quelli fanno la differenza tutti i giorni.

Si è partiti dal 1922 e da Elmer McCollum, che diede un nome alla sostanza contenuta nell'olio di fegato di merluzzo. Poi sono stati messi sul tavolo tre luoghi comuni. Il primo, che la scorta estiva basti per l'inverno, non regge: si consuma in poche settimane. Il secondo, che bastino dieci minuti d'aria, va corretto: contano l'ora, la stagione e quanta pelle è scoperta, e dietro un vetro non succede niente. Il terzo, che la caduta di settembre dipenda da lei, è un salto troppo lungo: l'associazione esiste, la causa non è dimostrata.

Le applicazioni spiegano bene la stagione e non possono dire a che punto sei. L'olio di fegato di merluzzo delle nonne e il sole di mezzogiorno d'inverno erano scelte giuste, mentre il sole diretto sui capelli li secca e basta. Lo studio del 2013 ha trovato livelli più bassi nelle donne con caduta, e si è fermato lì. I passi partono da un prelievo e da una visita. Vitamina D va misurata prima di essere presa, e questa è la sola regola che non cambia.