Per secoli i capelli si sono lavati con il sapone. Poi, negli anni Trenta del Novecento, arrivarono sul mercato i primi prodotti a base di tensioattivi sintetici, cioè molecole costruite in laboratorio per staccare il grasso senza lasciare i depositi che il sapone lascia nell'acqua dura. Da lì nasce lo shampoo come lo conosciamo.
Quei tensioattivi hanno un nome che oggi fa paura. Shampoo senza solfati è una delle diciture più cercate del momento, e in autunno la domanda torna insieme alla caduta e ai capelli spenti dopo l'estate.
Girano tre idee molto diffuse. La prima è che i solfati facciano cadere i capelli. La seconda è che chi non fa schiuma lavi meno. La terza è che una formula senza solfati vada bene per tutte.
Vale la pena guardarle una per una, perché la risposta non è né un sì né un no.
Che cosa vuol dire davvero Shampoo senza solfati
I solfati sono due molecole soprattutto: il sodio lauril solfato e il sodio lauriletere solfato. Sono tensioattivi, cioè sostanze che attaccano il grasso da una parte e l'acqua dall'altra, e per questo lo portano via con il risciacquo.
Fanno il loro lavoro bene e costano poco. Il primo dei due è più aggressivo ed è usato in dermatologia come sostanza di riferimento nei test che misurano quanto una pelle si irrita. Il secondo è più delicato ed è quello che si trova nella maggior parte degli shampoo.
Quindi Shampoo senza solfati non vuol dire senza tensioattivi. Vuol dire con tensioattivi diversi, di solito più delicati e più costosi, che lavano meno a fondo.
Ecco come la cosa viene capita male.
Il primo caso è chi passa a una formula delicata e continua a usare olii, cere e creme senza risciacquo. Dopo tre settimane i capelli sono pesanti, opachi e sembrano sporchi il giorno stesso del lavaggio. Non è lo sporco: è il prodotto che si accumula perché nessuno lo toglie più.
Il secondo caso è chi ha i capelli molto grassi e sceglie uno Shampoo senza solfati per la caduta. Lava due volte invece di una, strofina di più e alla fine irrita la cute più di prima.
Il terzo caso è chi ha i capelli tinti e si aspetta che il colore duri il doppio. Qualcosa guadagna, perché un lavaggio meno forte porta via meno pigmento, ma se l'acqua della doccia resta bollente il vantaggio se ne va.
Il quarto è chi cerca la schiuma e alza la dose. I tensioattivi delicati fanno meno schiuma a parità di pulizia: raddoppiare il prodotto non raddoppia niente.
Le applicazioni che leggono l'etichetta al posto tuo
Sul telefono ci sono programmi che leggono il codice a barre e danno un voto al prodotto, altri che analizzano l'elenco degli ingredienti e segnalano le sostanze, altri che propongono che cosa comprare in base a un questionario.
La parte utile è reale. Leggere una lista di ingredienti in caratteri piccoli, in piedi in un negozio, è difficile: un programma che la trascrive in chiaro fa un servizio. E chi cerca uno Shampoo senza solfati trova subito se ci sono o no, senza dover conoscere i nomi chimici.
Dove sbagliano è nel voto. Un punteggio unico mette insieme cose diverse: quanto una sostanza è irritante, quanto è discussa, quanto è ecologica. Sono domande separate, e la risposta buona per una pelle sensibile non è quella buona per una testa che si unge in un giorno.
Poi c'è la questione della dose. Una sostanza irrita a seconda di quanta ce n'è e di quanto resta in posa, e nell'etichetta la quantità non è scritta. Uno shampoo si risciacqua dopo un minuto, e questo cambia tutto rispetto a una crema che resta sulla pelle per ore.
Infine il consiglio automatico. Il programma non sa se hai la cute grassa, se ti alleni ogni giorno, se hai appena fatto una decolorazione. Uno Shampoo senza solfati scelto da un voto in fondo a uno schermo può essere esattamente quello sbagliato per te.
Quello che si usava prima e quello che dice la ricerca
Prima dei tensioattivi sintetici le tradizioni italiane erano tre, e raccontano bene il problema che uno Shampoo senza solfati si trova ad affrontare ancora oggi.
La prima è la lisciva di cenere, usata nelle campagne di tutta Italia per il bucato e a volte per i capelli. Funzionava perché è alcalina e scioglie il grasso. Lasciava però i capelli ruvidi e gonfi, e per questo serviva il risciacquo con l'aceto: l'acido riportava le cose a posto.
La seconda è il sapone di Marsiglia, arrivato in tutta la penisola fra Ottocento e Novecento. Lavava bene, ma con l'acqua dura lasciava un deposito opaco sui capelli. È proprio il problema che i solfati hanno risolto, e per questo si sono diffusi tanto.
La terza, più recente e vicina a noi, è l'argilla usata al posto del detergente. Assorbe il grasso ed è delicata, ma sui capelli lunghi si risciacqua male e resta fra le radici.
La ricerca ha guardato soprattutto l'irritazione. Il sodio lauril solfato è usato da decenni come sostanza di confronto negli studi dermatologici che misurano quanto una pelle reagisce, e questo dice che a certe concentrazioni irrita davvero. Robbins, nel manuale Chemical and Physical Behavior of Human Hair, ricorda però un punto spesso dimenticato: quello che conta è la concentrazione e il tempo di contatto, e in uno shampoo il contatto dura un minuto.
Sulla caduta, invece, non ci sono studi che colleghino i solfati alla perdita di capelli, e questo toglie allo Shampoo senza solfati il merito che gli viene attribuito più spesso. La tradizione e la ricerca vanno d'accordo su una cosa: il problema del lavaggio è sempre stato l'equilibrio, non l'ingrediente. Se non sai da dove partire, aiuta capire la differenza fra delicato e chelante.
Shampoo senza solfati, quando sceglierlo e come
Ecco i passi per decidere, senza affidarsi a un voto sullo schermo.
- Guarda quanto ti dura la piega. Se i capelli si ungono in meno di due giorni, un detergente molto delicato ti farà lavare più spesso: non è la scelta giusta.
- Scegli uno Shampoo senza solfati se hai i capelli tinti, ricci o secchi, o se la cute ti tira dopo il lavaggio. Sono i casi in cui il vantaggio si sente.
- Prova per un mese intero, non per due lavaggi. Nelle prime due settimane i capelli sembrano diversi e non è ancora il risultato.
- Insapona una volta sola, sulla pelle della testa. Se senti il bisogno di due insaponate ogni volta, quel prodotto non pulisce abbastanza per te.
- Riduci i prodotti che restano sui capelli mentre fai la prova. Meno cere e olii, meno bisogno di un lavaggio forte.
- Tieni uno shampoo più forte da usare una volta ogni due o tre settimane, per togliere quello che si accumula. È il modo per stare delicate senza appesantirsi.
- Controlla l'acqua che hai in casa. Dove è molto dura, il deposito resta comunque e nessun detergente delicato lo toglie.
- Se la cute è arrossata, brucia o si desquama anche cambiando prodotto, fermati e parlane con il dermatologo.
Il tempo per capire se uno Shampoo senza solfati è adatto a te è di circa quattro settimane. Dopo un mese guarda tre cose: quanto durano i capelli puliti, come si pettinano da asciutti, come sta la cute.
Lo stesso ragionamento vale per tutte le etichette
Il criterio non riguarda solo questa sigla.
Vale per i siliconi, che appesantiscono alcune teste e salvano le punte di altre. Nessuno dei due effetti è scritto nell'etichetta: si vede solo provando.
Vale per l'alcol, che in una lozione leggera evapora in pochi secondi e in una maschera che resta in posa è un'altra cosa. Anche qui conta dove sta e quanto resta.
Vale infine per le stagioni. D'estate, con sudore, sale e cloro, uno Shampoo senza solfati fatica a stare al passo, mentre da ottobre in poi, con la testa coperta e meno sudore, diventa più facile da tenere. Il prodotto giusto a marzo può non essere quello giusto ad agosto.
Torniamo all'inizio. I tensioattivi sintetici sono arrivati negli anni Trenta per risolvere un problema vero, cioè il deposito che il sapone lasciava nell'acqua dura.
Dei tre luoghi comuni, il primo cade: non esistono studi che colleghino i solfati alla caduta dei capelli. Il secondo cade anche lui, perché la schiuma non misura la pulizia e i tensioattivi delicati ne fanno meno a parità di lavoro. Il terzo è il più fragile, perché chi ha i capelli grassi con una formula delicata finisce per lavare due volte.
Le applicazioni che leggono l'etichetta fanno un servizio utile e poi danno un voto che mette insieme domande diverse. Le nonne conoscevano il problema dell'acqua dura molto bene, e la ricerca dice che l'irritazione dipende da quanta sostanza c'è e da quanto resta in posa, non dal nome.
I passi sono otto e chiedono un mese di prova. Uno Shampoo senza solfati non è migliore né peggiore: è adatto ad alcune teste e scomodo per altre, e l'unico modo di saperlo è guardare la tua.
