Chi segue una terapia con Ozempic o Mounjaro e vede più capelli del solito sulla spazzola non se lo sta immaginando. Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista medica britannica The BMJ da un gruppo della Perelman School of Medicine della University of Pennsylvania, coordinato dal biostatistico Yong Chen, ha trovato un legame tra questi farmaci e un rischio più alto di caduta dei capelli.
Il dato va letto con attenzione: non dice che i farmaci fanno cadere i capelli in modo diretto, e non riguarda tutti. Dice qualcosa di più preciso, che merita di essere spiegato.
Cosa ha trovato lo studio sui capelli e su Ozempic e Mounjaro
I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche elettroniche del sistema sanitario della University of Pennsylvania tra gennaio 2019 e settembre 2024, considerando adulti con diabete di tipo 2 che iniziavano una nuova terapia. Hanno confrontato chi cominciava un farmaco della famiglia del GLP-1, come la semaglutide di Ozempic o la tirzepatide di Mounjaro, con chi iniziava altri farmaci per il diabete: oltre 12.000 persone contro più di 15.000 trattate con gli inibitori SGLT2, e quasi 12.000 contro più di 11.000 trattate con gli inibitori DPP-4.
Il risultato: chi usava i farmaci GLP-1 aveva il 37% di probabilità in più di ricevere una diagnosi di caduta dei capelli rispetto al primo gruppo, e il 68% in più rispetto al secondo. Il dato era coerente tra le diverse fasce d'età e tra uomini e donne. Sono state escluse le persone che avevano già problemi di capelli prima della terapia.

Una caduta che non distrugge il follicolo
C'è un dettaglio che cambia molto la lettura della notizia. Il tipo di caduta associata a questi farmaci è quella che i medici chiamano alopecia non cicatriziale: il follicolo, cioè la piccola sacca della pelle da cui nasce il capello, resta integro. In altre parole, il capello cade ma la «radice» rimane, e in linea di principio può ricrescere.
Gli stessi autori indicano come spiegazione più probabile non il farmaco in sé, ma ciò che il farmaco provoca: un dimagrimento rapido e una forte riduzione delle calorie. Scrivono che la caduta «potrebbe riflettere gli effetti a valle del cambiamento metabolico più che un effetto diretto del farmaco». È un meccanismo noto anche fuori da queste terapie: dopo una dieta drastica, molti follicoli possono entrare insieme nella fase di riposo e lasciare andare il capello settimane dopo. Tra le ipotesi i ricercatori citano anche la carenza di ferro, zinco o biotina, ma sottolineano che servono altri studi.

I limiti dello studio della University of Pennsylvania
Si tratta di uno studio osservazionale: mostra un'associazione, non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Gli autori stessi riconoscono che alcuni fattori, come la gravità della malattia, lo stile di vita o la familiarità per la caduta dei capelli, potrebbero non essere stati del tutto considerati. Inoltre la caduta è stata individuata attraverso i codici di diagnosi, che possono non registrare tutti i casi, e l'uso dei farmaci è stato ricavato da dati amministrativi.
C'è poi un punto spesso trascurato nei titoli: lo studio riguarda persone con diabete di tipo 2, non chi usa questi farmaci solo per dimagrire. I risultati sono un segnale importante, ma non si possono trasferire automaticamente a tutti. Intanto le autorità sanitarie raccolgono le segnalazioni: l'agenzia britannica del farmaco ne ha ricevute 399 legate alla tirzepatide e 148 alla semaglutide nel corso del 2026, e l'americana FDA sta valutando un possibile segnale di sicurezza.
Quando parlarne con il medico
La prima regola è non sospendere la terapia di propria iniziativa: i benefici di questi farmaci vanno valutati da chi li ha prescritti. Se la caduta preoccupa, conviene parlarne con il medico curante, che può controllare l'alimentazione e gli esami del sangue, e rivolgersi al dermatologo quando la caduta è abbondante, dura nel tempo o si accompagna a chiazze senza capelli, prurito o arrossamento del cuoio capelluto.

I ricercatori ricordano che la caduta dei capelli non provoca danni fisici, ma può pesare sull'autostima, sulla qualità della vita e perfino sulla costanza nel seguire la cura. Per questo è giusto parlarne apertamente, senza vergogna.
Quella manciata di capelli sulla spazzola, quindi, ha una spiegazione che la ricerca comincia a mettere a fuoco. Nella maggior parte dei casi descritti il follicolo resta vivo, e la strada giusta passa dal medico, non dall'interruzione della terapia.
