Nessuno dice che la maggior parte di quello che c'è in una maschera per capelli non entra nel capello. Resta sopra. La cuticola, lo strato di squame sovrapposte che riveste la fibra, lascia passare solo molecole molto piccole, e quasi tutto quello che una maschera contiene, oli, burri, proteine intere, siliconi, è troppo grande. Eppure dopo una maschera i capelli sono morbidi, lucidi, più facili da pettinare, e non è suggestione: è che quello strato in superficie fa un lavoro vero. Questo articolo spiega che cosa fa davvero una maschera, quali sostanze entrano nella fibra e quali no, e perché l'effetto si sente comunque anche quando è tutto fuori.
Venti minuti con la cuffia, e la domanda
Lo fai la domenica, o quando i capelli sono a un punto tale che non li reggi più. Spalmi la maschera dalle lunghezze alle punte, metti la cuffia o l'asciugamano caldo, aspetti venti minuti, risciacqui. E i capelli sono un'altra cosa: scivolano fra le dita, la spazzola passa, la luce ci rimbalza sopra.
Poi, al lavaggio dopo, sono tornati come prima. E la domanda arriva: se la maschera nutre, dove è finito il nutrimento. Se è entrata nel capello, perché il capello dopo tre giorni non lo sa più. Sul tema non esiste un dato su quante persone usano maschere in Italia, ma è una delle categorie più affollate dello scaffale, e la parola nutrire è su quasi tutte le confezioni.
Una porta stretta e molte cose troppo grosse
Il capello è materia morta: non ha vasi, non ha ricambio, non assorbe come una pianta. Quello che può fare è lasciare entrare fra le sue fibre, per diffusione, molecole abbastanza piccole da passare fra le squame della cuticola e infilarsi nella corteccia, la parte interna. Il limite di grandezza lo si conosce dagli studi sulle proteine idrolizzate, cioè spezzate in frammenti: passano i frammenti di peso molecolare basso, sotto circa mille dalton, un'unità di misura delle molecole; i frammenti più grandi restano in superficie. È il dato che l'industria usa da decenni per scegliere che cosa mettere nelle formule.
Gli oli sono il caso più studiato. Uno studio del 2003 sul Journal of Cosmetic Science ha confrontato olio di cocco, olio di girasole e olio minerale: solo l'olio di cocco è entrato nella corteccia in misura rilevante, e ha ridotto la perdita di proteine durante il lavaggio. La ragione è nella forma: l'acido laurico, che nell'olio di cocco è il grasso principale, è una molecola piccola e dritta, e scivola fra le fibre della cheratina. Gli altri due sono più grossi o più ramificati e restano sopra.
Tutto il resto lavora in superficie, e lavora così. I condizionanti cationici, molecole con una carica positiva, si attaccano alla cuticola, che ha carica negativa, e la ricoprono con uno strato scivoloso: è il motivo per cui la spazzola passa. I siliconi e gli oli grossi si stendono sopra le squame, riempiono gli spazi fra una squama e l'altra e rendono la superficie liscia, che riflette più luce: è la lucentezza. Le proteine grandi formano una pellicola che dà corpo. Niente di questo ha nutrito niente, perché il capello non si nutre. Ha rivestito, e il rivestimento va via in due o tre lavaggi.
Sulle lunghezze, con calore, e non ogni volta
Il gesto che cambia di più è dove la metti. La maschera serve sulle lunghezze e sulle punte, dove la cuticola è consumata e la fibra ha gli spazi da riempire. Alla radice il capello è nuovo, la cuticola è intera e lo strato non ha dove attaccarsi: appesantisce e basta.
Il secondo gesto è il calore. La cuffia o l'asciugamano caldo non sono un rito: il caldo gonfia leggermente la fibra e allarga gli spazi fra le squame, e le poche molecole che possono entrare entrano di più. Per l'olio di cocco lo studio del 2003 misurava la differenza fra applicazione a freddo e lunga posa.
Il terzo è il tempo: venti minuti sono già sufficienti per quello che deposita in superficie; la posa di una notte aggiunge qualcosa solo alle molecole che entrano, cioè a poche.
Quello che non fare: usarla a ogni lavaggio. Lo strato si somma allo strato precedente, e dopo qualche settimana i capelli sono pesanti, spenti e piatti alla radice, con l'effetto opposto a quello cercato. Una volta a settimana, o meno se il capello è fine. Non applicarla su capelli fradici, perché l'acqua occupa già i posti: tampona prima. E non aspettarti che ripari: una cuticola consumata non ricresce, si copre.
Ripara i capelli danneggiati, dicono
Si legge che una maschera ripara i capelli danneggiati. Un capello danneggiato ha squame mancanti e fibre spezzate; nessuna sostanza le rimette al loro posto, perché non c'è un tessuto vivo che le produca. La maschera copre il danno e lo rende meno visibile, finché il rivestimento resta.
Si legge anche che più è cara, più penetra. La penetrazione dipende dalla grandezza delle molecole, non dal prezzo: una maschera con olio di cocco ha dentro l'unica cosa che entra davvero, e costa quanto un olio di cocco.
Copre, non cura
La cosa da portare via è il verbo: una maschera copre. Se vuoi qualcosa che entri, cerca olio di cocco o proteine idrolizzate nei primi ingredienti; tutto il resto lavora sopra, ed è comunque quello che senti sotto le dita.
La credenza del nutrimento viene dall'idea che il capello sia vivo, come la pelle. Non lo è: è vivo il follicolo, sotto la cute, e quello si nutre dal sangue, non da quello che spalmi sulle punte. Un capello lungo trenta centimetri è uscito dalla testa tre anni fa, e da allora non gli è arrivato niente se non quello che gli hai messo sopra.