La parola effluvio viene dal latino e vuol dire scorrere via. La usò per primo, per i capelli, il dermatologo tedesco Albert Kligman nel 1961, in un articolo sul Journal of Investigative Dermatology, per descrivere la caduta che arriva tre mesi dopo un parto o una febbre. Da allora i medici la usano per ogni caduta che scorre via a ondate, e la più comune è quella di settembre. Effluvio stagionale: è il nome tecnico di quello che ogni autunno si vede nella spazzola. Su questo girano tre luoghi comuni. Il primo dice che l'effluvio è una malattia. Il secondo dice che i capelli cadono perché a settembre si torna allo stress del lavoro. Il terzo dice che se si comincia una cura a settembre, a ottobre la caduta si ferma. Hanno tutti una ragione, e l'articolo la trova prima di correggerli.
Effluvio stagionale: che cosa vuol dire davvero
Effluvio stagionale vuol dire una caduta più forte del solito, che arriva tutti gli anni nello stesso periodo e passa da sola. Non è una malattia: è una parola che descrive quello che i capelli fanno, non quello che hanno. Il meccanismo sta nel ciclo. Il capello cresce per anni, poi entra in un riposo di circa tre mesi, poi cade perché quello nuovo lo spinge da sotto. Quando molti capelli entrano nel riposo insieme, tre mesi dopo cadono insieme, e quello è l'effluvio. In estate la luce lunga e il caldo mandano nel riposo più capelli del solito, e a settembre e ottobre si vede.
Chi lo capisce male fa tre cose. Sente la parola dal parrucchiere o la legge in rete e si spaventa, come se fosse una diagnosi. Cerca la causa in settembre, nel rientro al lavoro, nello stress della scuola dei figli, e non la trova, perché la causa è di giugno. Oppure comincia una fiala o uno shampoo a settembre e, vedendo cadere ancora di più a ottobre, decide che non funziona e lo butta. Effluvio stagionale ha un ritardo di tre mesi tra causa ed effetto, e chi non lo sa cerca la causa nel posto sbagliato e giudica il rimedio nel momento sbagliato.
Le applicazioni che fanno la diagnosi dalla foto
I programmi per il telefono che analizzano i capelli oggi promettono anche di dire se c'è un effluvio. Quelli che ingrandiscono la cute mostrano quanti capelli escono da ogni bulbo e quanti sono fini: è un'immagine utile da guardare nel tempo, in due foto a tre mesi di distanza. Quelli che chiedono di contare i capelli caduti e disegnano il grafico sono i più onesti, perché mostrano l'onda invece di dare un giudizio. Quelli che dalla foto rispondono con una parola, effluvio o alopecia, sbagliano, perché la foto non ha una data e l'effluvio è tutto una questione di date.
Effluvio stagionale si riconosce dal calendario, non dalla cute. Una cute fotografata a ottobre mostra meno capelli di una fotografata a maggio, ed è normale. La stessa cute a marzo li ha di nuovo. Un'applicazione può aiutare a tenere le foto in ordine. Non può dire se l'ondata è quella dell'anno o se è arrivata fuori stagione. Sui numeri di questo settembre, c'è già un articolo su perché a settembre cadono più capelli. Effluvio stagionale è una parola da capire, non una risposta da comprare.
Quello che dicevano le nonne e quello che dice la ricerca
Le nonne non dicevano effluvio, dicevano che i capelli cadono con le foglie, e in molte zone d'Italia aspettavano la caduta d'autunno come si aspetta la muta del gatto. Avevano ragione sul confronto: il pelo degli animali segue le stagioni, e il capello umano ne conserva una traccia. In Toscana si diceva di non tagliare i capelli in settembre, per non indebolirli, e qui la tradizione sbaglia, perché il taglio non tocca il bulbo. In Sicilia si faceva il risciacquo con il rosmarino bollito contro la caduta: lascia i capelli profumati e lucidi, e su questo la ricerca ha qualcosa da dire.
Uno studio dell'ospedale universitario di Zurigo, pubblicato nel 2009 su Dermatology da Kunz, Seifert e Trüeb, ha seguito ottocentoventitré donne sane per sei anni con un esame che conta i capelli in riposo: il numero più alto era a luglio, e la caduta arrivava circa cento giorni dopo, in ottobre e novembre. Un secondo picco più piccolo compariva in primavera. Sul rosmarino, uno studio iraniano del 2015 pubblicato su Skinmed da Panahi e colleghi ha confrontato l'olio di rosmarino con un farmaco contro la caduta su un centinaio di uomini per sei mesi, con risultati simili: è uno studio solo, su uomini, e non riguarda l'effluvio ma un altro tipo di caduta, e va letto per quello che è. Effluvio stagionale, per la ricerca, è un fenomeno che si misura in mesi e che nelle donne sane torna ogni anno. Tradizione e ricerca si danno ragione sulle foglie e sul mese, e si danno torto sul taglio. Effluvio stagionale non si cura: si aspetta.
Effluvio stagionale: che cosa fare, un passo alla volta
Effluvio stagionale non ha una cura, ma c'è un modo di attraversarlo senza sbagliare.
- Segna la data in cui hai visto la spazzola più piena. Conta cento giorni indietro: è lì la causa, ed è quasi sempre l'estate.
- Conta i capelli caduti per una settimana, sommando cuscino, spazzola e doccia. Sotto i cento al giorno, l'American Academy of Dermatology lo considera normale.
- Guarda un capello caduto contro la luce: il puntino bianco in fondo dice che ha finito il ciclo. È il segno dell'effluvio, non della rottura.
- Continua a lavare i capelli come sempre. Lo shampoo toglie solo quelli già staccati.
- Non giudicare nessun prodotto prima di tre mesi: qualunque cosa cominci a settembre si vede a dicembre.
- Rimanda tinte e decolorazioni a fine ondata, perché la cute in questi mesi è più sensibile.
- Fissa un controllo con te stessa a dicembre: se la spazzola è tornata quella di prima, era la stagione.
Effluvio stagionale dura da sei a otto settimane e finisce da solo entro dicembre. Se a gennaio la caduta è ancora forte, se si vedono zone rade o se la cute prude e si arrossa, quello è un altro discorso e vale una visita dal dermatologo, senza fretta e senza paura.
Lo stesso ritardo vale anche per altre cadute
I cento giorni sono la regola di tutte le cadute a ondate. Dopo un parto, la caduta arriva a tre mesi dalla nascita e non dal parto in sé, che la donna sente come un evento del momento. Dopo un intervento o una febbre alta, la spazzola si riempie quando ormai ci si è dimenticati della malattia. Dopo una dieta drastica cominciata a gennaio, i capelli cadono ad aprile. La regola vale al contrario per i rimedi: qualunque cosa aiuti i capelli nuovi, dal cibo alla fine di un periodo difficile, si vede sulla testa tre mesi dopo, e chi cerca risultati in due settimane non li trova. Effluvio stagionale è la versione più comune di questo ritardo, quella che tutte conoscono senza saperne il nome.
La parola l'ha inventata Kligman nel 1961 e le nonne la conoscevano prima, con le foglie d'autunno. I tre luoghi comuni finiscono così: l'effluvio non è una malattia ma una descrizione, la causa non sta nello stress di settembre ma nella luce di giugno, e la cura cominciata a settembre non si giudica a ottobre. Le applicazioni fotografano la cute senza sapere la data. Le nonne avevano ragione sul mese e torto sul taglio, e la ricerca di Zurigo ha misurato il picco di luglio e i cento giorni. I passi sono sette: segnare la data, contare una settimana, guardare il bulbo, lavare, aspettare tre mesi, rimandare le tinte, controllare a dicembre. Effluvio stagionale è una parola difficile per una cosa semplice: i capelli seguono le stagioni, con tre mesi di ritardo.
