Si esce dal salone soddisfatti. Il colore è quello concordato, i riflessi si vedono, la luce li accende. Poi arriva il lunedì, ci si guarda nel bagno dell'ufficio, e sembra un altro colore: più spento, più freddo, con quei riflessi caldi che non si vedono più. Il primo pensiero è che il parrucchiere abbia sbagliato tono, o che il colore sia già andato via.

Nella maggior parte dei casi non è successo nulla al colore. È cambiata la luce.

Ogni sorgente emette una luce diversa

Quello che chiamiamo luce bianca non è una cosa sola. Ogni sorgente luminosa emette una radiazione con una propria composizione, e quella composizione determina quali colori vengono restituiti e quali no.

La differenza si descrive comunemente in termini di temperatura di colore, una scala che indica se una luce tende al caldo o al freddo. Una luce calda ha una componente maggiore nelle lunghezze d'onda del rosso e dell'arancione; una luce fredda ha una componente maggiore nel blu.

Un oggetto colorato non produce luce: riflette quella che riceve. Se nella luce che lo colpisce non c'è una certa componente, quella componente non può essere riflessa — e quindi non si vede.

Applicato ai capelli, il meccanismo è immediato. Un colore con riflessi ramati, dorati o caldi ha bisogno che nella luce ambientale ci sia una componente calda per mostrarli. Sotto una luce fredda quella componente è scarsa, e i riflessi semplicemente non compaiono: il colore appare più piatto, più cenere, più spento.

Vale anche il contrario: una luce calda accende i riflessi caldi e può far apparire ramato un colore che è stato pensato come neutro.

C'è un secondo parametro che conta quanto il primo, ed è la capacità della sorgente di restituire fedelmente l'intera gamma dei colori. Alcune sorgenti emettono una luce che appare bianca ma è composta da poche bande ristrette, e sotto di esse tutti i colori risultano alterati indipendentemente dalla temperatura.

Il salone è illuminato per essere favorevole

Qui sta la parte che spiega la delusione del rientro.

L'illuminazione di un salone non è casuale. È progettata per far apparire bene il lavoro appena fatto: sorgenti che restituiscono fedelmente i colori, disposte in modo da illuminare la testa da più direzioni, con una temperatura scelta per valorizzare i riflessi.

È un allestimento ragionevole — nessuno progetterebbe uno spazio in cui il proprio lavoro appare peggio di com'è — ma produce una conseguenza: il colore visto lì è il colore nella sua condizione migliore.

Un ufficio è illuminato secondo criteri completamente diversi, che riguardano il comfort visivo per il lavoro e i consumi. Le sorgenti tendono a essere fredde, spesso di qualità ottica modesta, e disposte esclusivamente a soffitto, quindi con un'unica direzione dall'alto.

Sotto quella luce lo stesso colore appare privo di riflessi, più uniforme e più freddo, e la riga e l'attaccatura risultano molto più evidenti.

Il confronto non è quindi fra due momenti diversi del colore, ma fra due condizioni di osservazione. E il fatto che una delle due sia stata scelta per essere favorevole rende inevitabile che l'altra deluda.

Vale la pena aggiungere che nemmeno la luce naturale è una costante: cambia nel corso della giornata, con il cielo coperto o sereno, con l'orientamento della finestra. Un colore visto al mattino presto e uno visto al tramonto sono due esperienze diverse.

Apparenza o alterazione

Resta la distinzione che evita l'errore più costoso, cioè rifare un lavoro che non ne aveva bisogno.

Il fenomeno descritto fin qui è immediato e reversibile. Non c'è nulla di modificato: il colore è lo stesso, e tornando sotto una luce favorevole ricompare identico a com'era. Basta osservarsi in condizioni diverse per verificarlo.

Esiste però un altro fenomeno, che assomiglia nei sintomi e ha natura opposta: l'alterazione reale del colore nel tempo. Il pigmento si degrada per effetto della luce, dell'ossigeno, del calore e dei lavaggi, e quello che si perde non torna. Il colore vira progressivamente, tipicamente verso toni più caldi e più chiari man mano che le componenti fredde si degradano per prime.

Le due situazioni si distinguono con un criterio semplice: il tempo e la reversibilità. Se il colore sembra diverso appena si cambia ambiente e torna come prima rientrando in un altro, è la luce. Se il cambiamento è progressivo, si accumula nell'arco di settimane e resta identico sotto qualunque illuminazione, è il colore che si è alterato.

Confondere le due cose porta a tornare dal parrucchiere pochi giorni dopo, convinti che qualcosa non abbia funzionato, e a sottoporre i capelli a un intervento che non serviva.

Un fenomeno di alterazione reale, in cui la luce agisce chimicamente invece che otticamente, è quello del sole: se ne parla in perché il sole schiarisce i capelli. Sulla resa del colore su basi diverse, e su quanto la percezione dipenda dal contesto, si può leggere coprire i capelli bianchi senza tinta. E il contesto lavorativo, con le sue condizioni particolari, è affrontato in capelli in ufficio.