Ogni volta che le giornate si accorciano, nelle vetrine dei saloni ricompaiono le stesse parole: caramello, cioccolato, mogano, ramato, nocciola. Sembrano etichette di pasticceria e in effetti nascono dalla stessa logica, quella di descrivere un colore attraverso qualcosa che si conosce già. Dietro il nome, però, c'è una differenza tecnica concreta: alcune di queste tonalità si ottengono depositando pigmento su una base che resta scura, altre pretendono una schiaritura preliminare, e questo cambia tutto, dal costo alla durata al modo in cui il colore se ne andrà.

Le tonalità che non chiedono di schiarire

Il castano cioccolato e il mogano appartengono alla famiglia più semplice da realizzare. Sono colorazioni che lavorano per deposito: il pigmento si aggiunge alla base naturale senza doverla prima svuotare del suo colore. Su una base già castana il risultato si legge subito, perché il riflesso caldo si sovrappone a un fondo che gli è compatibile. Il mogano porta con sé una componente rosso violacea che sui castani medi diventa visibile solo alla luce diretta, e proprio per questo viene scelto da chi vuole cambiare senza annunciarlo. Il ramato segue la stessa logica: su base scura scalda, su base chiara accende.

Le tonalità che pretendono una schiaritura

Il caramello e il biondo miele stanno dalla parte opposta. Sono più chiari della maggior parte delle basi naturali italiane, e nessun pigmento può rendere un capello più chiaro di quanto sia: per arrivarci bisogna prima togliere colore. È il motivo per cui il caramello si vede quasi sempre sulle lunghezze e quasi mai alle radici, e perché viene realizzato per ciocche invece che in tinta unita. La differenza pratica è considerevole: la prima famiglia si può rifare a casa, la seconda no, e il capello schiarito resterà più poroso per tutta la sua vita residua.

Come il pigmento resta dentro il capello

Perché una colorazione duri, il pigmento deve arrivare nella corteccia, lo strato interno che costituisce la maggior parte della fibra. Le molecole coloranti sono piccole abbastanza da attraversare la cuticola e, una volta dentro, si combinano fra loro formando molecole più grandi, che restano intrappolate proprio perché non riescono più a uscire dalla stessa strada da cui sono entrate. È un meccanismo elegante, ed è anche la ragione per cui una colorazione permanente non si lava via: il colore non è appoggiato sopra, è chiuso dentro. Quello che il tempo porta via è la parte che a quella combinazione non ha partecipato.

Perché il ramato sbiadisce prima e non è colpa del prodotto

Chi sceglie un rosso o un ramato lo sa: dopo poche settimane il colore si spegne, mentre un castano cioccolato resiste molto più a lungo. La spiegazione che circola è che le tinte rosse siano di qualità inferiore, e non è vera. La differenza sta nella dimensione delle molecole: quelle che danno i toni rossi sono più grandi delle altre, faticano di più a penetrare in profondità e restano in gran parte negli strati più esterni della corteccia, da dove ogni lavaggio ne porta via una piccola quota. Non è un difetto di fabbricazione, è una proprietà fisica della molecola. Cambiare marca non risolve il problema; diradare i lavaggi e non usare acqua bollente lo attenua, perché il calore accelera il rigonfiamento della fibra e con esso la fuoriuscita del pigmento.

Alla fine, la scelta fra queste famiglie non è una scelta fra nomi ma fra impegni. Le tonalità che si depositano su base scura costano poco e perdonano molto, ma non trasformano; quelle che pretendono una schiaritura cambiano davvero l'aspetto e chiedono in cambio manutenzione, prudenza e un capello che non tornerà più esattamente com'era. Sapere in quale delle due si sta entrando, prima di sedersi in poltrona, vale più di qualunque nome evocativo scritto sulla scatola.