Ad agosto i capelli erano seccati dal mare e ti sembrava normale. Ora sei rientrata, il mare è lontano da settimane, e le punte continuano a essere ruvide. Le lunghezze si annodano più di prima, la testa tira leggermente verso sera, e quando togli il maglione i capelli si sollevano. Fuori non fa più caldo e in casa non hai ancora acceso niente. La spiegazione che ti dai è che il danno dell'estate stia venendo fuori adesso. In parte è vero, ma c'è una seconda causa che hai avuto addosso per otto ore al giorno per tre mesi senza mai contarla: l'aria condizionata dell'ufficio, che sui capelli non agisce come il sole e non lascia lo stesso tipo di traccia.

Dove stavamo guardando

Attribuire tutto al mare è ragionevole perché il mare è visibile. Il sale si vede, il sole si sente, e il danno estivo è un racconto che conosciamo. In più il rientro coincide con il momento in cui si guarda la propria testa con più attenzione, e tutto quello che non va sembra arrivare da lì.

Il fatto che non torna riguarda chi al mare non è andato. Persone che hanno passato l'estate in città, senza sale e con poche ore di sole diretto, si ritrovano a settembre con le stesse punte ruvide e la stessa elettrostaticità. Se la causa fosse il mare, non dovrebbero averla.

Il secondo indizio è la distribuzione delle ore. Al mare ci sei stata per due settimane, per qualche ora al giorno. In un ufficio climatizzato ci sei stata per tre mesi, otto ore al giorno, cinque giorni a settimana. Anche un effetto piccolo, moltiplicato per quel numero di ore, lascia un segno.

Che cosa fa l'aria condizionata ai capelli

Un climatizzatore raffredda l'aria facendola passare su una superficie fredda. Su quella superficie il vapore acqueo contenuto nell'aria condensa e viene raccolto e scaricato. L'aria che esce dalla bocchetta è quindi non solo più fredda, ma anche più secca: contiene meno acqua di quella che è entrata. In una stanza climatizzata per otto ore l'umidità relativa scende e resta bassa per tutto il tempo in cui l'apparecchio lavora.

Il capello è igroscopico: scambia acqua con l'aria che lo circonda, in continuazione, senza che tu faccia nulla. Quando l'aria è più secca della fibra, la fibra cede acqua. Non si tratta di disidratazione nel senso in cui la si intende per il corpo: il fusto non è vivo e non beve. Si tratta di un equilibrio che si sposta e che resta spostato per tutte le ore in cui stai lì.

Le conseguenze sono tre e sono coerenti fra loro. La fibra con meno acqua è più rigida e meno elastica, quindi si spezza più facilmente dove viene piegata o tirata, cioè sulle punte e nei punti di attrito. La superficie asciutta trattiene le cariche elettriche invece di disperderle, e i capelli si sollevano e si respingono. La cute, che invece è viva, reagisce con una sensazione di tensione e in alcuni casi con desquamazione fine.

La differenza rispetto al calore diretto è importante. Una piastra modifica la struttura interna della fibra e quel danno resta. La perdita d'acqua è un danno idrico: la fibra riprende acqua quando torna in un ambiente più umido, e gran parte della rigidità si riassorbe. Quello che non torna indietro sono le rotture avvenute mentre la fibra era rigida, perché il fusto non si ripara.

Il flusso d'aria diretto pesa più della temperatura in sé. Una postazione sotto la bocchetta riceve aria in movimento sulla testa per tutta la giornata, e l'aria in movimento accelera l'evaporazione molto più di aria ferma alla stessa temperatura.

Quanto pesa rispetto ad altro

L'aria condizionata ha un effetto reale ma di secondo livello rispetto al calore degli strumenti. Chi usa la piastra ogni giorno ha un danno strutturale che nessun cambio di postazione compensa. Chi non la usa, invece, trova nell'aria secca la prima causa della ruvidità che sente al tatto.

Rispetto al sole, il confronto è fra un danno chimico e uno idrico. La radiazione ultravioletta degrada le proteine dello strato esterno e quella perdita non si recupera. L'aria secca toglie acqua e la maggior parte torna. Chi ha fatto entrambe le cose in estate ha punte che restano ruvide anche dopo settimane in un ambiente normale: quella parte è il danno che resta.

Sul breve periodo la differenza non si legge. In una settimana lontano dall'aria condizionata la fibra riprende acqua e il tatto migliora; per capire quanto danno strutturale sia rimasto servono un paio di mesi e uno sguardo alle punte.

Vale la pena aggiungere una cosa su quello che arriva. L'aria secca dei riscaldamenti fa esattamente la stessa cosa, per gli stessi motivi, e dura da ottobre a marzo invece che tre mesi.

La prova da fare stasera

Prendi due ciocche dalla stessa zona, una per lato, e tienile fra le dita. Poi vai in bagno e fai scorrere acqua calda nella doccia per un po' con la porta chiusa, senza entrare. Torna nella stanza con l'aria satura di vapore e aspetta.

Passa di nuovo le dita sulle stesse ciocche. Se la ruvidità che sentivi si è attenuata e i capelli non si sollevano più, quello che stai vivendo è in gran parte una questione di acqua ceduta all'aria, e in un ambiente normale rientra da solo. Se le punte restano ruvide identiche anche nell'aria umida, quella parte è danno strutturale accumulato e non torna indietro con l'umidità: si affronta accorciando.

La differenza si sente in poco tempo nell'aria satura. Se vuoi una lettura più affidabile, ripeti la prova a distanza di una settimana da quando hai smesso di passare le giornate sotto la bocchetta.

Cosa cambiare, in ordine di resa

Le punte ruvide di settembre hanno due firme sovrapposte. Una viene da due settimane di sole e sale, l'altra da tre mesi passati dentro un'aria che toglieva acqua otto ore al giorno. La prima si vede, la seconda no, e proprio per questo continua indisturbata anche l'anno prossimo.