Nessuno dice che il primo strumento affidabile per misurare l'umidità dell'aria era un capello umano. Lo costruì Horace-Bénédict de Saussure nel 1783: un capello sgrassato, teso fra un fermo e un ago, che si allungava con l'aria umida e si accorciava con quella secca. Funzionava perché il capello cambia lunghezza di circa il 2,5 per cento fra aria completamente secca e aria satura, secondo le misure riportate nei manuali di meteorologia sull'igrometro a capello. Su un capello lungo trenta centimetri sono sette millimetri. È poco, ma basta a cambiare una piega. Questo articolo spiega perché i capelli reagiscono all'umidità e perché, in un certo senso, sentono la pioggia prima che arrivi.
La piega che cede prima del temporale
Te ne accorgi in un pomeriggio d'estate, quando il cielo si copre e i capelli, lisci fino a un'ora prima, cominciano a gonfiarsi alle radici e a ondulare in punta. Chi ha i capelli ricci lo vive al contrario: la definizione sparisce e resta una massa aperta. Chi ha i capelli fini vede il volume andarsene e le ciocche attaccarsi al collo. Non sta piovendo, ma la piega ha già deciso.
La sensazione che i capelli anticipino la pioggia non è un'impressione: l'umidità dell'aria sale prima che le gocce cadano, e i capelli reagiscono all'umidità, non alla pioggia. Non esiste un dato su quante persone lo notano, ma chi si asciuga i capelli con il phon e vive in una città umida lo sperimenta ogni cambio di tempo.
I ponti che si sciolgono con l'acqua
Il capello è igroscopico: assorbe acqua dall'aria e la restituisce quando l'aria si asciuga. La cuticola, lo strato di squame che riveste il capello, lascia passare il vapore, e la parte interna, la corteccia, è fatta di cheratina, una proteina disposta in lunghe catene parallele. Queste catene sono tenute insieme da due tipi di legami. I primi sono i ponti di zolfo, forti, che si rompono solo con i prodotti chimici della permanente. I secondi sono i legami a idrogeno, deboli, che tengono una catena vicina all'altra come piccole calamite e si sciolgono con l'acqua.
Quando asciughi i capelli con il phon o la piastra, l'acqua evapora e i legami a idrogeno si riformano nella posizione in cui hai messo il capello: lisci, se lo hai tirato, ondulati se lo hai avvolto. È la piega. Ma quei legami restano sensibili all'acqua, anche a quella in forma di vapore. In una giornata umida le molecole d'acqua dell'aria entrano nella fibra, si mettono fra le catene di cheratina e sciolgono i legami a idrogeno uno per uno. Le catene tornano libere e il capello riprende la forma che ha per natura, quella scritta nei ponti di zolfo: l'ondulazione, il riccio, o il liscio che si appiattisce.
Nello stesso tempo la fibra si gonfia. Un capello in aria satura arriva ad assorbire fino a circa il 30 per cento del suo peso in acqua e il diametro aumenta più della lunghezza, secondo i dati raccolti nel trattato di Clarence Robbins sulla chimica e fisica del capello. Le squame della cuticola si sollevano un poco per fare posto, la superficie diventa meno liscia, e i capelli vicini si agganciano fra loro: è il crespo. Tutto questo succede in decine di minuti, non in ore, e si inverte nello stesso tempo quando l'aria torna secca.
Sigillare la cuticola, non combattere l'aria
Il gesto che cambia di più è asciugare fino in fondo. Un capello lasciato umido all'interno non ha ancora fissato i legami a idrogeno, e la prima aria umida li scioglie subito. Con il phon, l'ultimo passaggio va fatto con l'aria fresca, che chiude le squame mentre la fibra è ancora calda e le rende meno permeabili al vapore.
Il secondo gesto è mettere una barriera. Un olio leggero o una crema senza risciacquo sulle lunghezze forma un film sottile che rallenta l'ingresso del vapore: non lo ferma, ma allunga il tempo prima che la piega ceda. Va messo poco, sui capelli asciutti, e solo sulle lunghezze.
Quello che non serve è ripassare la piastra ogni volta che i capelli si gonfiano. Il calore fissa di nuovo i legami, ma li fissa su una fibra già piena di acqua, e il vapore che si forma dentro solleva le squame in modo che non torna indietro. Non serve nemmeno tenere i capelli legati stretti sotto la pioggia: la tensione con la fibra gonfia li allunga e li spezza. Se il tempo è umido per giorni, la cosa più sensata è una piega che accetti l'ondulazione naturale.
La lacca che resiste all'umidità e il risciacquo freddo
Si legge spesso che una lacca resistente all'umidità blocca la piega. La lacca incolla la superficie dei capelli fra loro, ma il vapore passa lo stesso e i legami interni si sciolgono: il risultato è una massa rigida che si gonfia comunque, in blocco.
Si legge che il risciacquo freddo finale rende i capelli a prova di umidità. L'acqua fredda chiude un poco le squame, ma la fibra sotto resta bagnata e i legami a idrogeno non sono ancora fissati: il freddo non cambia niente se poi il capello non viene asciugato del tutto.
Si legge che i capelli spessi non sentono l'umidità. La sentono allo stesso modo; hanno più massa e ci mettono più tempo, e per questo sembrano tenere meglio.
Sette millimetri, e il barometro in testa
La cosa da portare via è una soglia: il capello reagisce quando l'umidità dell'aria supera più o meno il 70 per cento, che è il punto in cui, nell'igrometro a capello, la curva dell'allungamento sale più in fretta. Sotto, la piega tiene; sopra, cede in mezz'ora, e nessun prodotto lo impedisce del tutto.
La credenza grossa è che i capelli sentano la pioggia per una specie di istinto. Non c'è istinto: c'è una proteina che si allunga con l'acqua, la stessa che nel 1783 muoveva un ago su una scala. I capelli non prevedono il temporale. Misurano l'aria, e l'aria cambia prima della pioggia.