Il capello può scoppiare davvero, e non è un modo di dire. Dentro la fibra si formano piccole bolle che la gonfiano e la spezzano dall'interno. Il fenomeno ha un nome nella letteratura dermatologica, bubble hair, ed è stato descritto negli anni Novanta in pazienti che usavano phon e piastre surriscaldati: al microscopio i capelli mostrano cavità vuote allineate lungo il fusto, come le bolle in un vetro soffiato. Non è un danno che si accumula lentamente. È un incidente che avviene in una frazione di secondo, e succede solo in condizioni precise. Qui trovi i cinque casi in cui succede, che cosa accade alla fibra in ciascuno e come si riconosce il danno dopo.

Quel piccolo schiocco mentre passi la piastra

Te ne accorgi dal suono. Chiudi la piastra sulla ciocca e senti un sibilo, o una serie di piccoli schiocchi, e vedi uscire una nuvoletta di vapore. In quel momento pensi che stia funzionando, perché il capello esce liscio.

Il problema si vede dopo. Passi le dita sulla lunghezza e trovi punti ruvidi che prima non c'erano. La ciocca si annoda dove prima scivolava. Qualche capello si spezza a metà, non sulle punte, con una rottura netta. E soprattutto quella zona non torna più liscia: la volta dopo la piastra ci passa sopra e il tratto resta opaco.

Chi ha i capelli fini se ne accorge prima, perché la fibra è più sottile e il danno la attraversa tutta. Chi li ha spessi impiega più tempo a vederlo, ma il meccanismo è identico.

L'acqua che diventa vapore dentro il capello

Un capello non è asciutto neanche quando sembra asciutto: contiene sempre una quota d'acqua legata alla cheratina, la proteina di cui è fatto. Se quell'acqua supera i cento gradi, evapora. Se evapora mentre è intrappolata dentro la fibra, il vapore si espande e cerca una via d'uscita, e la trova sfondando la corteccia, cioè lo strato interno che dà resistenza al capello. Restano le bolle.

I cinque casi in cui questo accade sono tutti riconducibili a troppa energia in troppo poco spazio.

Il primo è il capello ancora umido. È il più frequente e il più grave: più acqua c'è, più vapore si forma, e il danno è immediato. Si riconosce dal sibilo forte e dal fatto che la ciocca esce liscia ma leggermente gonfia.

Il secondo è la temperatura troppo alta. La cheratina si trasforma con il calore, e più si sale più i cambiamenti diventano irreversibili. Su un capello fine una piastra al massimo fa in una passata quello che a media temperatura richiederebbe molte sedute.

Il terzo sono i passaggi ripetuti sulla stessa ciocca. Ogni passaggio riscalda il capello prima che si sia raffreddato dal precedente, quindi la temperatura interna sale di volta in volta invece di azzerarsi. Si riconosce perché la ciocca comincia a diventare rigida invece che morbida.

Il quarto è la ciocca troppo spessa. Le piastre scaldano dall'esterno, e in una ciocca spessa i capelli esterni ricevono tutto il calore mentre quelli interni restano crudi. Il risultato è che si passa e ripassa, e i capelli esterni si cuociono due volte.

Il quinto è il prodotto a base d'acqua non asciugato. Spray, sieri e termoprotettori in soluzione acquosa vanno lasciati asciugare prima della piastra, altrimenti quell'acqua fa esattamente quello che fa l'acqua del lavaggio.

I gesti che tolgono il rischio

Il primo, e quello che cambia di più, è asciugare del tutto prima di iniziare. Non quasi: del tutto. Passa le dita alla radice e sulle punte e cerca il fresco al tatto, che è il segnale dell'umidità residua.

Il secondo è abbassare la temperatura. Comincia dal valore più basso che ti dà un risultato accettabile e sali solo se serve. Sui capelli fini o già schiariti si resta in basso, sempre.

Il terzo è ridurre i passaggi. Una sola passata lenta funziona meglio di quattro veloci: la piastra deve scorrere senza fermarsi, non tornare indietro. Se la ciocca non si liscia in due passaggi, il problema è la sua spessore, non la temperatura.

Il quarto è dividere in ciocche sottili, di due o tre centimetri di larghezza. Sembra più lento e in realtà è più veloce, perché ogni ciocca si liscia al primo colpo.

Quello che non va fatto è alzare la temperatura quando il capello non si liscia. È la reazione istintiva ed è quella che produce il danno: se non si liscia, quasi sempre è ancora umido o la ciocca è troppo grossa.

E va detto: un capello con le bolle non si ripara. Nessun prodotto ricostruisce la corteccia sfondata. Si può solo tagliare la parte rovinata.

Il termoprotettore non è uno scudo

Si legge spesso che con il termoprotettore si può usare la piastra alla massima temperatura. Non è così. Quei prodotti formano un film sottile che distribuisce meglio il calore e riduce l'attrito, ma non isolano: la temperatura interna del capello sale lo stesso. Servono, e vanno usati, ma non cambiano la soglia oltre la quale l'acqua bolle.

Si legge anche che le piastre in ceramica non danneggiano i capelli. Il materiale delle piastre influisce sulla distribuzione del calore, non sulla quantità: a duecentoventi gradi la ceramica scalda esattamente quanto qualunque altra superficie a duecentoventi gradi.

La soglia da ricordare

Se senti il sibilo, fermati. È l'unico segnale che il capello ti dà mentre il danno sta avvenendo, e arriva sempre prima che tu possa vedere qualcosa. Un capello asciutto passato alla giusta temperatura non fischia e non fuma.

Sulla falsa credenza più grossa: si dice che i capelli si bruciano e che il danno si vede subito dal colore. Non è vero, e per questo il fenomeno passa inosservato. Le bolle stanno dentro la fibra e non cambiano il colore: quello che vedi, settimane dopo, sono punti ruvidi e rotture a metà lunghezza, e a quel punto è difficile risalire alla causa.